Questo l'ho fatto io

In questa sezione pubblicheremo lavori di particolare interesse dei nostri studenti

Seconda settimana di promozione turistica del VII Municipio

Misurare il tempo, la terra, il cielo…

Le meridiane dell’Appio-Latino

Il compasso di Galileo e i regoli di Bombelli

Il Planetario di Archimede: il frammento di Olbia e il calcolatore del relitto di Antikythera

""23 settembre 2015

ore 8.30 alle 10.30 laboratori e presentazioni per gli studenti e i docenti dell’Istituto ""

ore 11.30-12.30, 16.30-17.30, 19-20:  

laboratori e presentazioni rivolti al territorio a cura degli studenti e dei docenti dell’Istituto

ore 11.30 e 17:

conferenza e presentazione di alcuni strumenti di calcolo del

prof. Marcello Salmeri (Università di Tor Vergata): Archimede e gli strumenti di calcolo  

(Clicca sull'immagine a destra per vedere materiali della conferenza)

Clicca sulla locandina a sinistra per vedere il calendario completo della Seconda settimana di promozione turistica del VII Municipio

Anita (racconto di Sahara Rossi 2E)

Era novembre di qualche anno fa ed eravamo tutti riuniti nel tinello male illuminato nella casa dei miei nonni materni, un’abitazione vecchio stile con mobili scuri, carta da parati ingiallita ed un lungo corridoio che collegava tutte le stanze. Fuori l’oscurità iniziava ad avvolgere la città frenetica, le luci dei lampioni e i rumori delle automobili, i viali alberati ed i massicci palazzi che affiancavano e circondavano il nostro.
Mio nonno era seduto sulla sua sedia a rotelle con un’espressione tranquilla e serena, addosso un pigiama caldo e la solita vestaglia blu. Io ero con mio cugino Matteo, riuniti nella cameretta (un tempo appartenuta a mia madre ed a mia zia) come facevamo da bambini. Parlavamo in maniera monotona della scena che si stava svolgendo quattro camere più in là, traendo qualche banale conclusione sullo svolgersi dei fatti. Mia nonna era da poco stata trasferita in una clinica a lunga degenza, da qualche anno ormai si era ammalata di Alzheimer e mio nonno, stanco ed anziano, non era più in grado di occuparsi di lei. Da qui la decisione di prendere un badante che a sua volta si prendesse cura di lui e che lo assistesse 24 ore su 24. I miei genitori ed i miei zii ne avevano scartati tanti, fino a quando non era comparso Thomas, un uomo indiano dalla pelle bronzea e fitti baffi neri, che ora si trovava seduto attorno al tavolo del tinello assieme al resto della mia famiglia per discutere del suo imminente posto di lavoro.
“E’ la volta buona?” domandai a mio cugino, mentre giravamo noiosamente il perimetro quadrato della camera. “Non lo so, ma sembra molto affidabile.” Mi rispose lui. Non ricordo bene cosa successe poi, accordi burocratici sullo stipendio, sulle ore di permesso e altre faccende che non starò qui a descrivere, so solo che da un giorno all’altro Thomas entrò a far parte della nostra ordinaria famiglia. Mio nonno lo adorava, fin dal primo momento si dimostrò affettuoso come un padre che ha appena incontrato suo figlio, e Thomas si sentì subito a proprio agio. Guardavano insieme la tv e i film in stile Bollywood, per i quali mio nonno aveva una grande passione. Thomas si dedicava costantemente a lui, lo lavava, lo vestiva, cucinava, puliva : c’era sempre, in ogni singolo istante della giornata, si prendeva solo qualche ora la domenica pomeriggio, era un gran lavoratore, buono e riconoscente.
Quest’uomo aveva una moglie e due figli, che era stato costretto a lasciare in India in una piccola città vicino Mumbai. Il primogenito, Benito, aveva 18 anni, la più piccola invece ne aveva 12 ed il suo nome era Anita.
Thomas parlava esclusivamente in inglese e masticava qualche parola di italiano, per questo ci ritrovavamo sempre ad utilizzare la prima lingua quando chiacchieravamo con lui. Ci raccontava della sua famiglia, entrambi i figli studiavano e Thomas mandava una sostanziosa parte dello stipendio che recepiva in India, per aiutare sia loro sia la moglie con la loro fragile situazione economica. Non si vedevano da ben quattro anni, una condizione che mi diede molto da riflettere in quel periodo. Quattro anni senza un padre, quattro anni di affetto freddo e distante, senza il calore corporeo dell’altro dovuto agli abbracci scambiati.. L’unica forma di amore erano le piccole lettere nere che apparivano sul display del cellulare sottoforma di sms e la voce lontana proveniente dalla cornetta del telefono.
Ho cercato molte volte di immedesimarmi in quella ragazza, Anita, a pensare al continuo svolgimento della sua vita, a come riuscisse ad affrontare tutto ciò.
La distanza, la mancanza, la malinconia, la solitudine.
In un certo senso l’ammiravo, ed in questi anni ho sviluppato un intenso interesse per lei. Mi sarebbe tanto piaciuto incontrarla, anche se sapevo non sarebbe mai stato possibile. Sua madre aveva bisogno del permesso di soggiorno per raggiungere il marito, ed i soldi.. Quelli erano sempre un problema. Quello che per me era scontato, per lei era come una cascata d’oro fuso.
Io vivevo dalla parte buona, ‘ricca’, dove avere un computer, un cellulare, uscire con gli amici e fare compere era del tutto normale. Dove 1200 euro di stipendio erano il salario minimo di ogni famiglia.
Lei invece faceva parte dell’altra metà, una realtà credo per alcuni invivibile, senza tecnologia e senza soldi extra. Lei era diversa, forte.
O forse ci era solo abituata. Era quel tipo di bambina che gioiva quando arrivavano a casa quei 600 euro che per lei dovevano valere tantissimo, quel tipo di bambina con la voce dolce e aggraziata, lo sguardo puro, il sorriso radioso ed innocente che le illuminava il volto olivastro.
Anita non era invidiosa, non lo era mai stata.
Sapeva della mia esistenza, di quella ragazza fortunata che viveva in Italia, in occidente, eppure mi voleva bene. Senza conoscermi, senza esserci mai viste, mi voleva bene.
Chiamava nonno il mio, e questa cosa anziché farmi nascere una sorta di innocua gelosia mi fece molto piacere. Mio nonno era contento di ciò, aveva una nuova compagnìa, un uomo che si occupava di lui e che lo accudiva come un figlio, ed ora anche una nipotina lontana.
Un giorno ero a casa sua, seduti mano nella mano sul divano della cameretta, ed esclamò con gli occhi che brillavano di gioia “Oggi Thomas mi ha fatto parlare al telefono con Anita!”
Io sorrisi. “Ah si? E che vi siete detti?”
“Mi ha chiamato nonno!” Mi rispose lui, ricambiandomi il sorriso.
Io scherzai, dicendogli che lui era mio e di nessun altro, ed entrambi scoppiammo a ridere rimanendo abbracciati. “Stava anche parlando con dei suoi amichetti..” Continuò lui. “Ho sentito che loro le chiedevano con chi stesse al telefono, e lei esclamava Roma! E’ di Roma!
Capii quanto doveva essere affascinante quella città che io consideravo monotona e grigia. Vivendoci da 15 anni non prestavo più molta attenzione a ciò che mi circondava, ma per lei e per tutti i suoi compagni Roma doveva essere il centro del mondo, il paradiso, un miraggio da sognare ad occhi aperti.
E capii anche quanto dovesse significare per lei questa nuova famiglia occidentale. Io, mio nonno, mio cugino, i miei genitori, i miei zii. Assumendo Thomas ci eravamo legati inconsapevolmente al cuore di quella bambina, lei ora ci considerava una parte della sua famiglia, una famiglia lontana che la rendeva felice.
Un giorno di inizio primavera Thomas venne a casa nostra, non ricordo bene il motivo della sua visita ma questo è un dettaglio di poca importanza.
Io ero in camera mia, lui bussò alla porta, e timidamente mi chiese se potevo fargli una cortesia. Suo fratello era appena stato in India, dove aveva assistito al saggio di danza di Anita, e, tornando in Italia (aveva casa lì), aveva portato una copia del cd a Thomas.
Non potendosi permettere un portatile proprio ed essendo casa di mio nonno abbastanza all’antica per ospitare un computer, mi chiese se poteva utilizzare il mio per vedere il saggio di sua figlia. Sorrisi e annuii, poi presi il piccolo disco metallizzato e lo inserii nell’apposito spazio.
Ci sedemmo su due degli sgabelli rossi che correvano attorno al lungo tavolo della cucina e rimanemmo in silenzio per tutta la durata del filmato.
Anita era bellissima. Vestita con un abito rosso acceso arricchito con perle e ricami dorati si muoveva con eleganza e leggiadria, con un armonia così deliziosa che il mio sguardo rimase incollato allo schermo senza opporre resistenza.
Erano circa una decina di bambine, tutte ingioiellate e avvolte nei loro completi velati, eseguivano quell’intricata e affascinante danza accompagnate dal loro maestro, un uomo alto vestito d’azzurro che si trovava nel centro della scena.
A video finito, Thomas era in lacrime per l’emozione. Lo guardai commossa, e ci sorridemmo. Sapevo cosa dovesse provare, o almeno, provavo ad immaginarlo. Sua figlia era così perfetta, una piccola bambola di porcellana da pettinare e truccare, e lui invece era così distante da lei e non poteva applaudirla di persona e darle tanti baci per complimentarsi del suo grandioso spettacolo.
Chissà quanto devi mancarle..
Mi ritrovai a pensare. Chissà Anita cosa stesse provando, appena salita sul palco. Guardarsi intorno e puntare gli occhi sulla platea, cercando di individuare qualche volto famigliare. Tua madre, tuo fratello, tuo zio.. Ma non tuo padre.
Lei però aveva danzato lo stesso, aveva danzato con tutta la passione e la gioia dei suoi dodici anni, in un certo senso aveva danzato per lui.
Quando andai a trovare mio nonno vidi che Thomas conservava gelosamente la sua copia del saggio sul comodino accanto al letto dove dormiva, rimase sempre lì, fino a quando non dovemmo vendere la casa.
I mesi procedevano lenti, e tra la scuola e gli amici ritagliavo sempre uno spazio abbondante per mio nonno, il quale era sempre felice come una pasqua quando mi vedeva. L’11 maggio feci 14 anni, e Anita mi mandò un messaggio di auguri.
Thomas le aveva dato il mio numero di cellulare e quando me lo disse mi ritrovai a sorridere commossa da quel piccolo ma profondo gesto. Le risposi e la ringraziai tanto, non sapevo che dirle se non il più sincero dei grazie.
Più il tempo passava e più cresceva la mia voglia di conoscere quella ragazza. La nuova nipote di mio nonno, la figlia dell’uomo che ora si prendeva cura di lui, la ragazza che aveva danzato divinamente e che mi aveva fatto gli auguri con così tanto affetto pur senza avermi mai visto.
Diventai anche io molto più affettuosa nei suoi confronti. Ogni volta che vedevo Thomas le chiedevo sempre di Anita, mi interessava sapere cosa stesse facendo, se andava bene a scuola, come passasse le sue giornate.. Era un modo per tenerla sempre vicina nonostante l’enorme distanza.


Ora andiamo avanti di un anno, e arriviamo dunque all’evento più doloroso di questo racconto.
Il 1 febbraio mio nonno avrebbe compiuto la bellezza di 87 anni, e quel pomeriggio avremmo festeggiato con tutta la famiglia. Ed invece tornai a casa e mio padre mi comunicò che l’avevano ricoverato d’urgenza all’ospedale per un malore improvviso.
Mi feci pallida e assente, e non compresi fino in fondo. Quella sera stessa, il suo cuore cessò di battere all’improvviso, la luce abbandonò i suoi occhi castani e mio nonno, quel fantastico uomo che avevo amato con tutta me stessa mi lasciò per sempre, senza neanche darmi il tempo di dirgli un’ultima volta addio.
Ero distrutta, lacerata, priva di forze, svuotata. E così mia madre, la quale consumava il dolore e le lacrime sulla federa del cuscino. Mio cugino, le mie zie, mio padre, che nonostante la sofferenza cercava di essere forte per non far crollare la famiglia, e Thomas.. Thomas appena vide il corpo di mio nonno inerme e ancora caldo ci si aggrappò ed iniziò a piangere disperato, sussurrando ‘papà..’
Quel suo gesto mi provocò altre fitte lancinanti. Thomas era come un figlio per mio nonno. E mio nonno era come un padre per Thomas.

Pensai ad Anita.
Anche lei doveva stare tanto male. Non la sentii, non ne ebbi il coraggio. I giorni successivi alla sua morte mi chiusi a riccio e non volli vedere o sentire nessuno, ma immaginai quanto soffrisse, così lontana da noi, così lontana da tutto. Non l’aveva mai conosciuto, ma ormai si era affezionata a lui, gli voleva bene, e la sua perdita aveva causato dolore anche nel cuore di quell’innocente angelo, aveva bagnato i suoi occhi di lacrime.
Quella notte, sotto le coperte mi resi conto che io avevo appena perso un nonno.
E lo aveva perso anche lei.
Venne l’estate, la rinascita. Il sole, il caldo, il vento fresco sulla pelle nuda. Stavamo rinascendo tutti, eravamo usciti dall’abisso che ci aveva inghiottito e impedito di respirare e di vedere, ed ora si riprendeva a ridere, a scherzare, a vivere davvero.
Thomas, non potendo più lavorare per noi, decise di tornare per quei tre mesi di vacanze in India, dalla sua famiglia, e quando ormai mancavano pochi giorni alla partenza venne a casa nostra, e quello fu l’arrivederci più dolce che io ricordi. Le lacrime, gli abbracci, i sorrisi. Quei grazie di tutto Thomas, per tutto quello che hai fatto, non ti dimenticheremo mai, lo abbracciai anche io, mentre dentro di me nasceva una gioia euforica al solo pensiero che a breve avrebbe rivisto sua moglie, suo figlio Benito, e la piccola Anita.
Me la immaginai molte volte, correre verso suo padre, ricoprirlo di baci e di grida di felicità e pensai che se lo meritasse. Dopo quattro anni stava per rivederlo, ed ero felice per lei.
L’estate finì così come era iniziata e, come da programma, Thomas tornò in Italia per cercare un nuovo lavoro. Tre mesi in fin dei conti erano volati subito, ma sapevo che si era goduto la sua famiglia e la sua casa abbastanza, anche se separarsi un’altra volta da loro doveva essere stato drastico e difficile.
La scuola iniziò, per cui passavo la mattinata e il primo pomeriggio tra i banchi a studiare, un ritmo a cui mi ero notevolmente disabituata. Quando tornai a casa verso l’ora di pranzo trovai una piccola scatola di cartone rettangolare di un rosso bordò. Era abbastanza logora, fermata in più punti da sottili strisce di scotch. “Papà.. cos’è?” Domandai, rigirando la scatola tra le mani.
“E’ per te. Vieni, c’è Thomas al telefono.”
Corsi in salotto e mi appiccicai la cornetta all’orecchio. Nel frattempo aprii la scatola, e, con stupore, vidi che conteneva dei cerchietti e tante mollette di plastica per i capelli di colori variopinti e sgargianti. Capii all’istante.
“Thomas.. questo regalo..”
“E’ da parte di mia figlia!” Esclamò lui.
Presi una manciata di mollette e le trattenni nel palmo della mano.
Anita..
Non ero persona da indossare oggetti di questo tipo, ma quel dono mi riempì ugualmente il cuore di una gioia improvvisa.
“Lei mi ha detto questo è per mia sorella d’Italia! Così te l’ho portato.”
Rimasi le ore a ringraziare Thomas, ridendo, sorridendo, trattenendo a stento le lacrime. Quando misi giù, sospirai profondamente e provai tutti i cerchietti che la scatola conteneva, anche se sapevo non li avrei mai messi.
Sorrisi ancora.
Mi considerava come una sorella maggiore ormai.
Questo è per la mia sorella d’Italia.
Lei mi voleva bene.
Anche io le volevo bene. Gliene volevo davvero tanto.